Ja Pishu Kartini

Ja Pishu Kartini

Il lavoro che ho deciso di presentare alla discussione della tesi del biennio specialistico di pittura, dal titolo in lingua russa “Ja Pishu Kartini”, “ io scrivo immagini”, è nato dopo il mio primo viaggio ad Istanbul.

Ho sempre avuto grande fascinazione dal decoro orientale, soprattutto se accompagnato da un silenzio permeante e rotondo, un silenzio pieno che diventa presente.

È nello “stare” appese delle immagini e nel loro affermarsi come semplici carte leggere e svolazzanti che  trovo una grande affermazione di esistenza: un’esistenza fatta quasi di niente, che diventa importante perché si impone come presenza silenziosa e muta, come il silenzio dentro i luoghi di culto. È nel loro frusciare generando una sorta di musica che viene da lontano, una sorta di danza, che risiede parte del loro incanto.

Essere è già affermarsi, ed in-scriversi in una forma, quella corporea, che trova il suo spazio di esistenza, essendo corpo e non del tutto corpo, essendo tela, stoffa, spazio e decoro ma sempre e comunque forma riconoscibile.

Piccole e grandi presenze che si fanno segni di un portato, che da una cultura arriva ad un’altra, come le storie che si raccontano le donne, come i segreti che transitano nel mondo, come le stelle che abbelliscono il cielo.

Una riflessione, sulla presenza e sull’assenza, di un corpo da sempre costretto ad essere “altro”. Di un corpo costretto ad essere celato, indotto a tacere.

Eppure, quanto pesa una presenza silenziosa?

Dalla Turchia, dalla Russia, tutte le mie suggestioni, si sono unite cercando di creare nuove geografie di stoffe su carta, delimitando dei confini, per scoprirne i limiti, ho trovato infine le presenze di corpi che, più che assenti, divengono presenti nell’attimo della visione.

Vuole essere il mio regalo alla geografia, alle donne e all’oriente, su semplice carta. La forma ritagliata su stoffa  ha il suo oriente, la sua origine,  nel cartamodello. Allo stesso modo noi abbiamo bisogno di generazione e origine, gli uni degli altri, legati dal cielo, legati solo dal nostro poter parlare e “figurarci” in questa condizione così tanto umana.

Io scrivo immagini, lo dico in russo, lingua di parte significativa delle mie origini, e in italiano, perché in realtà l’Arte non ha una lingua se non la propria, indipendente dalla nazione. Ja Pishu Kartini, è una riflessione sul segno, sul gesto e sulla traduzione non letterale di cosa vuol dire iconografia: perché se chi legge riscrive, chi dipinge “scrive” i quadri ( come dicono i russi) e chi scrive, dipinge immagini nella mente. È  nel suo significato più profondo che si trova la verità trasversale e antica dell’iconografia, appunto, lo scrivere immagini.

E questo lo sanno tutti gli artisti. Scrivere immagini è una vocazione.