L'identità è Idea parresiasta, del proprio sé, in questo mostrar sé stessi, incollati al proprio essere in tutte le proprie rappresentazioni. Rappresentazioni che si mostrano nel dialogo con l’Altro.

Il percorso di ogni vita si lascia alla fine guardare come un disegno che ha senso.

Non è possibile essere “altro da sé stessi” , sperando però che gli altri ravvisino davvero ciò che noi siamo, per poterci restituire la nostra “vera” immagine riflessa.

È Interessante notare come in lingua Russa, la domanda “come ti chiami?” , “Kak Tebja Zovut?” se tradotta letteralmente, significa, “COME GLI ALTRI TI CHIAMANO”. 

L'identità, intima e profonda, del sé. Esprime invece nulla altro che “se stessa, e cioè si mostra o si esibisce”. “Identità non è la condizione espressiva o l’essenza dell’azione, bensì il suo prodotto”

Lo statuto relazionale dell’identità postula infatti sempre l’altro come necessario. In questa necessità, dove “io sono io e tu sei tu”, si crea ciò che si definisce uno scambio di storie di vita, e, dentro questo scambio, nascono le storie che si intrecciano le une nelle altre, che nascono e diventano “storie di narrazioni”. Ecco quindi il compito dei poeti e degli artisti: essere talmente presenti al loro stessi, da potersi permettere di tenere tra le loro mani, le storie dell’umanità, portandole a divenire parte del tempo, che non si perdere nell’attimo della narrazione o dello sguardo, ma che perdura per l’eterno.

Detto altrimenti, nell’esperienza personale, il sé narrabile è, allo stesso tempo, il soggetto trascendentale e l’oggetto inafferrabile di tutti gli esercizi autobiografici della memoria. Soggetto e oggetto sono del resto qui termini equivocabili. Bisognerebbe infatti limitarsi a dire che ognuno di noi sivivecome la propria storia, senza poter distinguere l’ioche la narra dal séche viene narrato.

Come in un impossibile gioco di specchi, il sé è infatti qui l'attore lo spettatore, il narratore e l'ascoltatore in una sola persona. È il protagonista di un gioco che celebra il sé come un altro,  proprio perché qui è presupposta l'assenza di un altro che sia veramente un altro. In questo senso, facendo coincidere l’auto, il biose il graphein, il sé si conquista così davvero un’unità assoluta e autosufficiente. E tuttavia non se ne contenta, perché ne assapora spontaneamente l’illusione. Esponibile e insieme narrabile, l’esistente si costituisce infatti sempre nella relazione all’altro.[1]

Sperando di “creare” una relazione di scambio quotidiano, fatta dei propri segni dell’essere e dei propri abiti quotidiani.

Io, Te, Me Stessa.

Noi, Dia-Logare

Plexiglass inchiostrato e stampato su carta da stampa, monotipo, foglia oro

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2017

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