Le Madonne di Luce

L’opera dell’artista Lucrezia Zaffarano intitolata «Le Madonne di Luce» è installazione visiva che si compone di tre piccoli oggetti, diapositive in bianco e nero che «rappresentano» tre icone Mariane, i simboli più importanti per la Russia,  la Madonna di Vladimir (L’Umiltà), La Madonna di Smolensk (l’Odighitria) e la Madonna del Segno di Novgorod (L’incarnazione). L’installazione è pensata per essere proiettata su tre mura della stessa stanza, immersa nel buio, trittico che nel suo insieme crea un’unica e indivisibile opera, che l’artista  chiama «scultura» di Luce. 

L’opera della Zaffarano non è religiosa e non pretende di esserlo. Pretende di essere invece, una riflessione sulla scultura, il rendere visibile quell’invisibile di cui la sacralità parla, pretende di rappresentare la materia della vita, nella sua evidenza più totale. E tuttavia sarebbe molto interessante secondo il mio parere poter realizzare L’installazione in uno spazio sacro, ad esempio all’interno di una cappella, creandone la decorazione murale proiettata e dedicata alla Madonna per ricercare un nuovo dialogo tra l’arte contemporanea e l’arte religiosa, poiché l’arte contemporanea parla del sacro e del vero, parla della realtà.

L’artista, fa appello alla tradizione artistica russa antica e all’iconografia ortodossa, basandosi su di loro come fondamento storico e alfabeto visivo, dando così un omaggio alla tradizione medioevale, utilizzando come punto di partenza la grammatica russa e l’idea dello scrivere-dipingere; In Russo si dice «Io Scrivo Quadri», ed è proprio questa riflessione sull’iconografia, l’uso della luce come scrittura dell’immagine, quella immagine tanto riconoscibile, quanto in realtà celata nel portato della sua stessa simbologia. La sua evidenza primordiale, fatta di «segni» riconoscibili. Cercando di trasmettere le sue idee con un linguaggio contemporaneo, realizza la sua opera con la tecnologia moderna definita «un nuovo media», la fotografia impressa nelle diapositive è il ricordo del gesto, il risultato visivo è così l’insieme del processo del lavoro e del suo accadere, visibile, composto di grammatica lucente. Unite insieme, la tradizione visiva e la tecnologia moderna permettono di realizzare una opera completamente originale e contemporanea, in questo scambio di presenza e assenza, dove la forma porta il suo misterioso significato.

Il modo di poiettare le diaposite è assolutamente significativo e paragonabile con un atto sacrale. Assomiglia all’effetto che nel Medioevo creavano gli artisti delle  vetrate; la luce del sole, penetrando all’interno delle chiese tra le finestre di vetro colorato, opache e quasi nere se le si guardava da fuori, le illuminava, cambiando la sua materia naturale, riempiva l’interno di richissimi colori, rendendo visibili le immagine sacre. Si può immaginare l’impressione, causata da quell’effetto, che è tuttora affascinante e  miracoloso. La scultura risiede proprio in questo atto, l’utilizzo della materia e delle cose del mondo per parlare della magia dell’arte. Così come le vetrate, le piccole nere e quasi inesistenti diapositive messe nel proiettore assorbono e poi trasmettono la luce artigianale divenendo loro stesse simboli/oggetti, proiettando sui muri grandi e luminosi le immagini della Madonna, che sembrano (s)colpi(te) di Luce. La luce è l’evidenza delle cose.

Dall’Immensamente piccolo, all’immensamente grande, in questo gioco di bianco e nero, le misure delle immagini proiettate sono tante volte più grandi dell’originale. Dalle cose quasi assenti e invisibili, si sviluppano e crescono fino alle misure disiderate dell’artista e ammissibili dello spazio espositivo. Partendo da un quasi niente, le immagini divengono visualmente evidenti, ma impalpabili, e cioè, alla fine inesistente. Eppure, non è cosi fino in fondo, perché queste immagini esistono, nel mondo ideale che sta oltre del mondo materiale, nel mondo delle idee, della riconoscibilità della forma, in quell’a priori della mente umana. Questo concetto di assenza e presenza o presenza nell’assenza è il concetto principale nella ricerca dell’artista, nonché la ricerca del linguaggio visivo e della grammatica linguistica.

Ancora alla tradizione antica, si rivolgono questi pensieri, questa volta bizantini,  a cui appartiene l’idea di utilizzare la luce per evidenziare ciò che è nascosto, che sta oltre le cose visibili. In particolare come l’assiste d’oro («assisto» in latino significa presente) o «probelà» (corsa breve di bianco), il simbolo di luce divina nelle icone, fa vedere la natura divina presente in ogni creatura e così la luce del proiettore trasmette dai buchi con il quale sono create le immagini che evidenziano il disegno. Cosi in un modo paradossale nell’assenza della materia, il buco mostra la presenza dell’immagine, in questa scrittura di luce, che non solo richiama la tradizione bizantina, ma anche la tradizione rinascimentale degli affreschi occidentali, racchiuso nella tecnica della sinopia, la quale, rendeva evidente il disegno tramite l’assenza che si faceva presenza, il di-segno si mostra. Questa tecnica viene paragonata dall’artista all’alfabeto braille, il quale alfabeto, inventato dall’uomo per l’uomo è composto di punti (la più piccola parte del segno) i quali rendono visibile, a chi non vede, in questa unione di oriente ed occidente, dove la matericità è necessaria, perché al linguaggio degli occhi si sostituisce la percezione del corpo, ed è proprio a questo «sentire» a cui si rivolgono le icone.

L’artista approfondisce anche il modo di non dipingere il volto, che non è una scelta casuale. Per Lucrezia Zaffarano non è la provocazione o la desacralizzazione delle icone, anzi nella sua espressione artistica é il modo di di-mostrare «che al di la di un volto riconoscibile, l'uomo riconosce la forma, e continua a pregare quelle icone di luce che per questo motivo furono create. L'installazione non è dissacratoria, vuole invece indagare come un alfabeto altro, inteso  quello della sacralità, qui metaforicamente sostituito dall'alfabeto Braille, sia comprensibile come codice di rappresentazione». L’iconografia ortodossa cristiana diventa cosi per l’artista il punto di partenza e serve per andare al di là delle forme materiali e visive, per indagare il mondo, le permette anche di riflettere sulla domanda importante e fondamentale «Cos’è la verità della realtà?».

Marina Zaigraykina

Scultura non tangibile

Le Madonne di Luce

3 Diapositive, Proiezione

5x5 cm

2018

 Scultura tangibile 

Braille Words

Carta Bucata con Chiodo, Significato

100x60

2017